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- Sebastiao Salgado, in ordine di tempo prima economista agrario
e poi fotografo autore di immagini implosive, documenta senza
carità la catastrofe dell'urbanesimo, un trasferimento
antropico che promette conseguenze da cambio di età.
Immagini da leggere fra le righe: non sempre il soggetto, infatti,
è strettamente urbano. Prendo l'età come fase
intermedia fra epoche che rientrano, anche se non mancano opinioni
diverse, ancora nella storia della nostra specie. Se, nell'anno
2010, la popolazione urbana supererà, come stimato, quella
rurale, un valore statistico confermerà, anche simbolicamente,
i disastri di pezzi smisurati di pianeta Terra svuotato, o quasi,
di umani. Il rimando è al katastrephein greco, la catastrofe
(il rovesciamento), che implica anche il ripiegare e il percorrere
una pista, appunto, rovesciata e scossa da un seismos....Sarà
un movimento sismico che si produce sull'onda lunga dell'invito
ancora ottocentesco di Rimbaud a cambiare la vita, a changer
la vie?
Ai primi del novecento le Avanguardie che operano, nelle e infra
le varie discipline e espressioni creative, abitano un pianeta
che regge un miliardo e mezzo di umani, ovvero quante oggi sono
le persone la cui età è compresa fra i 14 e i
26 anni, in buona parte concentrate nelle zone più sfavorite
del globo. Come mai nella storia, in un secolo - il ventesimo,
appunto - gli umani in Terra sono raddoppiati un paio di volte.
E' importante chiedersi che cosa diventino le arti, arti quali
'altra natura' e, con un impulso ancestrale, arti frutto di
processi intuitivi e produttivi dell'arte-tekhne. Che cosa diventino,
non solo per effetto e insieme a quanto sta producendo l'era
dell'informazione, ma anche per processi di fondo, dall'esplosione
demografica alle modifiche dell'ecosistema. La sensibilità
umana da una parte e, dall'altra, un sistema caotico; un dis-equilibrio
fra un richiamo all'estetica delle
origini, l'aisthetikos della percezione sensoriale, e un ambiente
in continua mutazione; il confronto, infine, fra organico e
inorganico. Non amo, in ogni caso, un Catastrofismo che, oltre
alla volgarizzazione del termine come allusione a sciagure (o
magari a una più sofisticata e rispettabile formalizzazione
di una loro previsione e controllo), sia per definizione antievolutivo.
Il Catastrofismo, in essenza antievolutivo e che vede forme
di vita nuove crearsi in seguito a una sequenza di eventi catastrofici,
non è il mio modello di riferimento. Riconosco che, dalla
geologia, in questi termini si è passati talvolta a estrapolazioni
complesse, eleganti e non prive di fascino, ma l'impostazione
resta un'altra.
mp - Le arti non sappiamo che cosa diventeranno, la mia impressione
è che il mondo dell'arte, classicamente inteso, non
si sia quasi accorto dei cambiamenti apocalittici in corso.
Il problema è convivere con quella che Arthur Kroker
chiama un'estetica ricombinante, fatta di pezzi e sistemi
assemblati. Penso anche a quello che, nella fantascienza avant-pop,
viene chiamato frankenscienza, alludendo al processo di frankensteinizzazione
in atto nella genetica come nella robotica, nella biologia
come nella nanoingegneria, etc. Il senso è quello di
fissare il corso e il flusso di una famiglia di estetiche,
per dirla alla Wittgenstein, una batteria di possibilità
e di utilizzi di sistemi tecno-artistici, indagati a volo
d'uccello, solo per dare la misura o la dismisura dei fatti
e degli eventi in atto. Dunque, anche il rapporto arte-scienza
non è o non è più un predominio singolare
degli scienziati e degli artisti, come avveniva, mi sembra,
non tanti anni fa... Semmai, si è davanti ad un processo
virologico, giustamente tu parli talvolta di marketing virale.
Il nostro compito non è di essere virologi e trovare
il vaccino o la cura giusta ma, cronenberghianamente, di diventare
il virus e acquisire il punto di vista del parassita o del
ceppo virale. Si tratta anche di descriverlo in diretta, live,
come se fossimo all'interno della sua mente e del suo codice
genetico e ricombinante.
eq - In realtà, già con il post-moderno l'arte
si era aperta all'ibridazione. Prelievo e montaggio, esistenza
simbiotica dell'eterogeneo, deriva semantica, i meccanismi
post-moderni hanno imposto delle estetiche in cui i rapporti
di contiguità e di non-coalescenza hanno trasformato
quelle che potevano sembrare delle strategie della differenza
in strategie dell'indifferenza. Oggi, la situazione è
cambiata. Altri territori sono toccati dall'ibridazione. Lo
spostamento è dall'oggetto al soggetto. Non è
più il testo a diventare plurale, multiplo, frammentato,
ma il soggetto: il corpo, la materia biologica, il comportamento,
la mente. Non si tratta più di ibridazioni testuali,
o di operazioni anche complesse di trans-codifica, ma più
in profondità di incroci di diversi elementi, vettori
di soggettività. Entità miste, come il computer
o forme di soggetto collettivo, esteso, di presenza a distanza,
intervengono in questo processo di pluralizzazione. Da questo
spostamento di frontiere deriva la paura che i 'pensatori
della fine', come Virilio e Baudrillard, stigmatizzano. Nelle
loro predizioni annunciano la fine dell'umano, un ulteriore
declino dell'umanesimo, un'ulteriore irreparabile crisi del
soggetto. In realtà, ciò che è oggi in
crisi è la nozione monolitica del soggetto come nucleo
identitario, sostituita da una molteplicità di presenze,
di azioni, di forze. Dal soggetto singolare al soggetto plurale.
ft
- Non condivido il tipo di clima 'catastrofico' che contraddistingue
l'habitat che, spontaneamente, associo al lavoro di Kroker.
Così come non condivido, ma mi rendo conto che il mio
è un discorso ipertestuale, a-logico forse, la nostalgia
che un autore come Zygmunt Bauman prova per i corpi solidi.
I corpi solidi del marxismo, per intenderci, strutture e sovrastrutture,
naufragati col tempo e con il succedersi degli eventi in quel
pur brillante concetto di 'modernità liquida', che
è anche il titolo di un libro recente di Bauman. Questa
è la liquidità del nostro presente in cui, se
non nuoti e galleggi, affoghi. Liquido che associo a-logicamente
all'estetica che ricombina pezzi staccati secondo Kroker (concetto,
ammetto, pregnante!), piuttosto che alla posizione dogmatica
di Vandana Shiva sulla biodiversità, sulla sua conservazione,
sulle biotecnologie.
Del resto, non nascondo che provo un certo fascino per alcune
posizioni - non quelle troppo ecofemministe - di questa filosofa
e scienziata indiana. Per il marketing virale a cui alludi,
più che l'aspetto di scambio mi è sempre interessato
quello della gestione di un qualcosa. Uno dei significati
del termine, anche se uno dei meno battuti data la visibile
ottusità in cui sta sprofondando il sistema che riguarda
la merx, la merce. Infine, è per me rilevante assumere
che finisca, come altre, la nostra specie, non che 'finisca
la storia', immagino che tu ed io su questo si parta da modelli
diversi. Un'ultima considerazione sui 'pensatori della fine'
come diceva Emanuele: è un dato di fatto che, quando
parla di catastrofe e di conflitto un autore più o
meno amato come Virilio, tocca dei problemi veri, ma è
l'animale umano che è proprio brutto e non migliora.
Capisco la delusione!
mp - Mi ricollego al diventare virus, al descriverlo in diretta,
dal suo interno.....E' a questo titolo che si può pensare
alla fine della storia, alla Fukuyama o alla Kroker (Data
Trash). E, magari, anche alla Baudrillard (storia versus simulacri,
realtà versus virtualità) o alla Derrida (fine
delle grandi storie), ma quello che più mi interessa
è tentare di mappare un territorio cognitivo, linguistico,
cartografico, mentale, neurale in progress. E' un compito
che si era già assunto James Ballard con il suo manifesto
dell'Inner Space e che, oggi, può essere rilanciato
in altri modi e possibilità. Ad esempio, vedi il manifesto
della Transmodernità di Marcos Novak, l'architetto
digitale americano.
ft - Il senso di rovesciamento, uno degli aspetti catastrofici
del presente, è che l'intuizione, intesa come approccio
a-razionale di conoscenza, si è spostata dai puri aspetti
cognitivi ai processi della vita, da 'solo' percezione e memoria
a evoluzione e adattamento. Se il sensibile, meglio, se quanto
attiene la sensibilità umana è percepibile attraverso
mente e sensi, un imperativo biologico ci spinge a imitare
e a modificare la natura, a riscriverla e a reinterpretarla
di continuo, ci spinge inesorabile a interfacciarci con l'ambiente
di cui facciamo parte. Anche la perdita, così fortemente
culturale, di una presunta, ma condivisa a certe latitudini
per secoli, posizione di centralità è un aspetto
drammatico del percorso umano attuale del rovesciamento. Si
spiega così come, fin dagli anni ottanta del novecento,
un filone di quella che alcuni chiamano New Media Art abbia
manifestato un interesse crescente e ricorrente per la biologia.
Come scrive Piero Gilardi, un artista in questi anni molto
attento al referente biologico e anche al suo senso storico
e di relazionamento umano, " ... negli anni novanta si
delinea un passaggio di parte della ricerca artistica dal
campo della percezione dello spazio virtuale a quello dei
sistemi biologici. In comune esiste il fondamento semiotico
del codice: il codice informatico presiede alla dinamica delle
immagini virtuali, il codice genetico presiede alla creazione
di organismi ibridi....". La tecnologia genetica suscita
l'urgenza di un'ulteriore riflessione sulla cultura tecnologica:
"Riflettere su una cultura tecnologica - dice il biotecnologo
Matias Pasquali - non è solo pensare all'impatto delle
tecnologie sulla nostra vita e sul mondo, ma anche esaminare
l'emergenza di un nuovo strato di realtà dove esseri
viventi, fenomeni e macchine diventano indistinguibili o,
comunque, modificano i loro rapporti radicalmente". Sono
i mondi nuovi che suscitano reazioni contrastanti, speranze
e domande serie, insomma nuove realtà che la tecnologia
genetica apre.
Molte interferenze, molte produzioni integrate e trasversali
a arti e tecnologie, ma anche alle scienze, così come
le abbiamo conosciute specie in questi ultimi due decenni,
confermano le parole di Pasquali: "Uno dei fenomeni più
evidenti delle nuove tecnologie, non solo le biotecnologie,
è il continuo spostamento di confini, dove un approccio
bianco/nero lascia lo spazio a un'area di grigio....."
( intervento di Pasquali al convegno Modifiche Sensibili -
Arti, Scienze della Vita, Biotecnologie, Torino, maggio 2002,
organizzato da Progetto Science Center, Ars Lab, Scuola per
le Biotecnologie dell'Università di Torino). Ma qual
è l'atteggiamento che si prende, o che è stato
preso, rispetto alle catastrofi?
rb - La teoria delle catastrofi teorizzata da Thom cerca di
dimostrare che quanto appare essere catastrofico, nel senso
di apocalittico, rivoluzionario, capace di produrre cambiamenti
radicali è, in realtà e a livello matematico,
frutto di continuità. Quando un liquido è sottoposto
a stress di calore, o a altre forme di sollecitazione, subisce
una trasformazione. Il momento in cui questa trasformazione
avviene è assimilabile al momento della catastrofe.
E' la fase in cui le particelle che compongono la materia
passano da uno stato di ordine a un istante di riassetto:
osservate in un laboratorio di fisica, le particelle sembrano
perdere per un momento la loro struttura originaria, attraversano
dunque una trasformazione per trovare un nuovo ordine. Il
momento in cui l'agente esterno produce una modifica della
materia, per Thom, è appunto la catastrofe. E' interessante
vedere come, nelle sue opere teatrali, Racine definì
la catastrofe: " Dénouement tranchant un noeud,
des forces antagonistes qui bloquent l'action théatrale".
ft - Racine, quindi, ci parla di una catastrofe che scioglie
un nodo, il riferimento è a forze antagoniste che bloccano
l'azione teatrale. E' uno scioglimento (quanto inatteso?)
del dramma e, dalla tua impostazione che condivido appieno,
la definizione di Racine non sembra essere così lontana
da quella del matematico Thom. Antivedo una tua possibile
lettura non apocalittica del concetto stesso di rovesciamento,
di percorso, di catastrofe, in linea con le mie perplessità
su alcuni autori che ho citato in precedenza. Per quanto banale,
penso che il pessimismo che emerge dalla modernità
liquida di Bauman, un autore molto sensibile alle trasformazioni
della società, si basi su un approccio - ma questa
è una mia forzatura - non positivo per la contemporaneità.
rb - Quanto viene spesso dato per scontato nella definizione
di catastrofe, e Racine ne prese atto, è la risoluzione:
infatti se essa è identificata come la fase immediatamente
successiva ad un momento di crisi, o di tensione, non si capisce
perché le conseguenze debbano essere negative. Io questo
l'ho trovato piuttosto interessante. Ora, mentre nelle scienze
la catastrofe è parte di un ciclo le cui conseguenze,
qualunque cosa succeda, riportano comunque a un ordine, nelle
arti l'atteggiamento prende diverse direzioni. La prima, per
schematizzare un poco, prende le spoglie di un interesse spiccato
per la catastrofe intesa nella sua accezione drammatica, vista
come anticamera dell'apocalisse, come punto di non ritorno.
La visione che qui prevale è quella che si proietta
verso il futuro, verso le conseguenze della catastrofe. Un
esempio fu a suo tempo la mostra a Londra, Apocalypse, fra
gli artisti Richard Prince, Maurizio Cattelan, Mike Kelley,
Mariko Mori...
Di solito le immagini che ne risultano sono lugubri, non è
previsto il ristabilimento di alcun ordine: sembra che nessuno
degli artisti coinvolti sia interessato a pensare in positivo.
Probabilmente, come qualcuno afferma, e qui mi viene in mente
Michel Ribon nella sua Esthétique de la catastrophe,
prevedere in positivo non solo non è sexy, ma è
anche suggerito dal modo in cui vediamo il contemporaneo.
ft - Mi hai fatto pensare a un saggio di Kerstin Dautenhahn,
traduco il titolo in Pericolose costruzioni di spirito e materia,
in cui si cita Simon Penny ("The pursuit of the Living
Machine", Scientific American, 1995). In breve, la tesi
è questa: la ricerca scientifica e la 'creazione' artistica,
generalmente considerate opposte e-o appartenenti a aree indipendenti,
"...possono essere combinate allo scopo di creare complessità
lungo la struttura (framework) della vita artificiale".
Questa affermazione, mi pare si scosti dall'impianto di una
mostra come Apocalypse...., e mi sembra anche diversa da quella
di Marcello Pecchioli. Posso capire, di Marcello, la perplessità
rispetto alla Genetic Art, tanto per parlare di una messa
in relazione della creatività in più discipline
con modelli legati in qualche modo alla vita. Siamo consapevoli
tutti, credo, che non sappiamo bene che cosa siano la vita
e la creatività, ma vengo alla critica che fa Marcello
alla Genetic Art, ovvero di essersi posta in modo totalizzante
rispetto all'universo estetico e artistico, senza andare troppo
a cercare nuclei ibridi in altri settori. La spinta ad andare
in 'post-storie' riferite alla genetica televisiva, al post-cinema,
al New Horror americano, alla simulazione dei media su scala
biologica di David Cronenberg, mi sembra però un po'
troppo ideologica. Non sono convinto da tanta militanza, anche
se queste spinte (per me specie quella verso un Cronenberg)
qualche scossa la danno.
rb - Esiste una seconda posizione, più vicina al modo
di vedere e di agire della scienza: consciamente o inconsciamente,
una parte di artisti si pone nella posizione di 'scienziato'
che cerca di provocare cambiamenti e ne osserva i risultati.
Questi 'scienziati-artisti' tentano di produrre un punto di
rottura, tentano di portare un ordine, un punto di vista diversi.
Due esempi, secondo me, testimoniano da una parte l'idea della
naturalezza e della ciclicità della catastrofe, dall'altra
l'atteggiamento dell'artista come autore della catastrofe.
Il primo è una tendenza notata da Manovich, nientemeno
che il ritorno degli artisti in rete ad una certa 'concretezza'
("The Poetics of Augmented Space: Learning from Prada",
pubblicato in Nettime mailing list). Nel momento in cui il
nostro mondo reale si appresta a imitare, o a somigliare,
alla rete, la rete reagisce all'opposto...Il secondo esempio
viene dagli interventi pubblici di Rafael Lozano (www.lozano-hemmer.com),
quello che creò il progetto allo zócalo per
la celebrazione del millennio (www.alzado.net). Tramite effetti
luminosi e proiezioni che visitano un passato dimenticato,
i suoi interventi trasformano per un certo tempo le facciate
di edifici caduti nell'oblio, o che la comunità è
usa a dare per scontati. Modificare artificialmente l'ambiente
per rivisitare il passato o la storia produce, a lungo andare,
una nuova configurazione nella percezione che la comunità
o l'ambiente ha di se stesso.
cs - Se, sul piano storico, trovo assolutamente condivisibili
le osservazioni di Roberta e di Franco sulla catastrofe come
esito risolutivo di un processo, penso però non abbia
molto senso per noi assumere il punto di vista dello scienziato
(anch'esso del resto ormai 'sconsacrato') che osserva la realtà
nel suo evolvere con illusorio distacco. Scienza e teatro:
forse basta sostituire il concetto di nodo con quello di tensione
tra forze contrapposte, per riconoscere la piena affinità
tra la catastrofe secondo Thom e Racine. Per l'uno e per l'altro
la catastrofe rappresenta la rottura di un equilibrio precario,
appunto, tra forze contrapposte, e il ristabilimento di un
nuovo equilibrio, più o meno stabile. Qui rispondo
per sensazioni e, riferendomi al tempo, che cosa succede se
seguiamo lo scorrere del tempo presente, che è il nostro
tempo primario? Credo sia utile introdurre questa prospettiva
di respiro corto, perché ci costringe a metterci nei
panni di noi stessi, dei nostri contemporanei, scienziati,
artisti o persone qualunque che siano. Credo che il nostro
presente sia fortemente condizionato dal timore confuso di
una catastrofe possibile, anche in tempi brevi, ovunque, anche
dentro casa. Se vogliamo è l'esito annunciato alla
caduta del muro di Berlino e di tutto quello che è
seguito.
ft - Condivido il tuo pensiero che la fine della guerra fredda
ha espresso più un confine esploso che fronti contrapposti;
non credo davvero che la guerra in Irak e le sue conseguenze,
reali o temute, cambino questa impostazione. Tu dicevi anche
che un confine esploso può improvvisamente rivelarsi
dentro la propria quotidianità di benestante occidentale
(le Torri Gemelle), direi che questo vale anche per realtà
meno benestanti e geopoliticamente in terribile subbuglio.
Assumo che il subbuglio sia l'unico fenomeno per cui abbia
senso parlare di globalizzazione, comunque non per niente
sono partito da Salgado, forse perché anch'io, come
lui, ho una formazione scientifica economica di base (purtroppo
non sono un grande fotografo!). Sono partito da un rovesciamento
che ha anche un drammatico significato antropico, forse la
mia 'catastrofe' è più comprensiva di natura
e non solo di cultura, è meno 'solo' occidentale...Non
sono, invece, partito dalla cultura cyber o dalla biologia,
tanto per stare in due campi di trasformazioni pesanti e potenti.
Torno però, forse contraddicendomi, a un'impostazione
di fondo 'europea', citando Stefaan Decostere ("Angels
in Hell- Benjamin in Cyber-The 'Wired' return of Allegory",
in TechnoMorphica, V2_Organisatie, Rotterdam, 1997), che vede
in una 'tecnologia transitoria' nient'altro che un'allegoria
della storia umana. Quest'ultima, per questo autore di documentari
televisivi su video arte, danza, tecnologie, più che
una catena di eventi è "...morte, rovina, catastrofe...".
I cybers avrebbero preso il posto dei poeti barocchi del diciassettesimo
secolo.
L'allegoria barocca appartiene a un'epoca di guerre, distruzioni,
trasformazioni profonde.
Da qui, per Decostere, il ritorno alla nostra era di distruzioni
(non solo potenzialmente!) terrificanti, a quella che egli
definisce "...l'ulteriore annientamento dell'umano dai
virtualists...". Però, ben oltre le forme allegoriche
del virtual tomorrow, il domani virtuale secondo Decostere,
sono d'accordo con te che il timore di una catastrofe domestica
è tanto ancestrale quanto fisico, penso più
al bioterrorismo facile e possibile, che al virus in un programma.
Poi sappiamo che la guerra è su più fronti,
che risponde magari a quel desiderio di tecnologia che, se
non vado errato, è un concetto che Marcos Novak collega
alla Liquid Architecture, una sorta di "morbida e intelligente
tecnologia del desiderio". So che tirando fuori le frasi
dal loro contesto ne modifichi il senso, ma è un modo
per riprendere Novak che, a quanto sopra, collega il corpo
come residuo. Il corpo resta, o ridiventa..., per me, un residuo
spesso terrorizzato e, comunque, sempre più insicuro,
anche per quell'esplosione di confini di cui parlavi tu. Resta,
agli umani in natura...., la ricerca che abbiamo dentro come
specie di adeguarci a un ambiente che cambia. Per sopravvivere,
come specie, prima di tutto. E' la sensazione che 'sento'
rispetto a un'osservazione acuta e sottile com'è quella
sul tempo primario, sull'introduzione di una prospettiva di
respiro corto. Aderisco 'fisicamente' all'invito di Chiara
a concentrarci sul nostro presente, a "...assumere il
punto di vista della
lancetta dei secondi...".
cs - Esistono una polverizzazione e una ristrutturazione dei
confini, svincolate dalla geografia, fortemente alimentate
dai processi di globalizzazione. A mio avviso questo vale
da diversi anni e in moltissimi ambiti: la ritroviamo tra
reale e virtuale, tra naturale e artificiale, tra interno
ed esterno, sicuro ed insicuro. Questo riguarda i nostri corpi,
la nostra identità individuale e collettiva, etc. Siamo
nel pieno di un rimescolamento di punti di riferimento che
rimette in gioco molte forze e che, da non sottovalutare,
genera una sensazione di cambiamento inebriante per chi quest'ultimo
ritenga di saper cavalcare, quasi si trattasse di una gigantesca
onda. Ma, a prevalere, credo sia un sentimento molto profondo
di precarietà. Per questo penso sia di grandissimo
interesse il monitoraggio di tutti quei canali che, di tali
sentimenti, possono farsi veicolo e strumento di rielaborazione
(l'arte, i media tutti, ad esempio): proprio perché
la catastrofe non è ancora giunta a compimento.
ab - Non riesco a rappresentarmi la catastrofe pensando all'insieme
di tutti i processi che la compongono (prima, durante, dopo),
né mettendo l'accento solo sul momento della risoluzione.
Ciò che me la caratterizza è l'attimo della
trasformazione, quel momento di equilibrio instabile tra due
equilibri diversi. E' un attimo temporalmente non qualificato
che può essere brevissimo come un sisma, o agire in
modo infinitamente lento, graduale, insensibile ai nostri
occhi. Quello che mi domando è cos'è che qualifica
questo attimo, questo rovesciamento. Mi chiedo anche perché,
nel senso comune, esso abbia acquisito il significato che
più lo contraddistingue - tragedia, lutto, sciagura.
Sono d'accordo che non debba essere per forza antievolutivo,
ma non trascurerei l'elemento di connotazione negativa che
il termine incorpora, elemento fortemente emotivo. Già
la terminologia aristotelica ne parla come della soluzione
luttuosa del dramma e, nel senso comune, forse questa negatività
si è rafforzata come paura dell'ignoto, il nuovo stato
di cose conseguente al capovolgimento. E' nella natura umana
cercare ordine nel caos, mi sembra che la teoria delle catastrofi
sia un'espressione alta di questa esigenza, risolvendo il
bisogno di ordine di discipline 'inesatte' quali la biologia
e le scienze umane. In quanto pura speculazione matematica,
più che una teoria scientifica tradizionalmente intesa
è una metodologia che ha coerenza interna e si affranca
dalla contingenza empirica, dalla conferma sperimentale. Insomma,
un approccio ottimistico che 'normalizza' la catastrofe. Dove
va a finire, allora, il sentimento della catastrofe, positivo
o negativo che sia? E questo sentire è utile, può
avere a che fare con l'etica?
ft - La manipolazione del codice della vita crea, per me,
una nuova drammaturgia fondata sull'etica, più di quanto
fosse anche lontanamente immaginabile con l'affermarsi, negli
ultimi decenni (forse tre, forse quattro decenni) di quelle
che a suo tempo vennero chiamate 'nuove tecnologie'. La manipolazione
del codice spiazza, nel nostro presente storico, gli esseri
umani al punto da essere percepito come un ribaltamento della
condizione umana. E' interessante la domanda che qui si fa
Piero Gilardi: tutto quanto come specie abbiamo accumulato
e che ci rende ibridi giustifica, davvero, una crisi ontologica?
Domanda a cui so che Marcello risponde negando questo tipo
di crisi, ma sottolineando che, 'semplicemente', siamo più
consapevoli dell'ampliamento smisurato dei nostri orizzonti.
Fuori controllo, aggiungerei io, che comunque condivido come
penso condividiamo in molti quanto ricorda Gilardi: "...
sappiamo ormai che il genoma non è un suggello del
destino predeterminato e ineluttabile, ma solo un punto di
partenza, un insieme di attitudini che si ri-modella nel trascorrere
della vita fisica e psichica".
Sono lontano, e qui credo che non siamo tutti d'accordo, da
quella che per me è l'illusione della maggior democraticità
dei nuovi media rispetto ai vecchi, per dirla un po' grossolanamente.....
rm - Riferito al significato di 'catastrofe' in quanto rovesciamento,
il ruolo dell'artista ed anche quello del filosofo devono
avere una dimensione etica, saper cogliere la complessità
semantica, portare a riflettere sull'altra parte di un futuro
possibile.
L'antropologia umana ci insegna che la percezione di un fenomeno
è funzione dell'estensione della rete sociale in cui
avviene la comunicazione e, quindi, della condivisione sociale
del significato. L'assunzione di significato dell'evento catastrofe
è, allora, funzione della sua rappresentazione attraverso
i media, di quanto determina la percezione della lontananza
/ vicinanza dell'evento, il sentirsi / non sentirsi parte.
Come osservava Augé, "...stranamente, è
una serie di rotture e di discontinuità nello spazio
ad illustrare la continuità del tempo". La rottura
di un significato condiviso, il suo rovesciamento a causa
di un evento che riguarda un oggetto, un luogo, può
generare la perdita del senso e la creazione di un nuovo significato.
Il nuovo senso, il nuovo valore, può essere espresso
e perpetuato nella memoria attraverso la creazione del monumento/antimonumento,
inteso come sublimazione temporanea e contingente di un valore
socialmente assunto. I territori di condivisione del significato
possono essere rappresentati da 'mappe' di gruppi piccoli
e diffusi ma, contemporaneamente, alcuni significati si muovono
nella rete della comunicazione sociale a densità elevatissima
ed hanno un'ampia comprensione e condivisione.
Ad esempio, il monumento di luce come un segno immateriale
per creare una prima memoria collettiva delle Twin Towers,
dopo la catastrofe, è un oggetto simbolico più
che reale, 'virtuale' nel senso proposto da Pierre Lévy,
in quanto potenzialità di attuazione di un valore o
di un insieme di valori, rischiando di divenire ritualizzazione
e iperoggetto. Alcune esperienze della 'dis-architettura',
come quelle dei Site, giocavano già negli anni '70
a negare le ragioni della struttura, alla creazione del 'rudere'
come iperoggetto, come simbolo ironico della catrastrofe che
può sempre avvenire. Si può costruire una mappa
dei luoghi e degli ambiti disciplinari in cui è avvenuta,
negli ultimi decenni, una più intensa produzione di
significati collettivi dove, come sottolineava Franco, si
costruiscono metafore "...in modo totalizzante rispetto
all'universo estetico ed artistico". L'ecologia vegetale,
poi l'ecologia sociale, la multimedialità, la bio-genetica
hanno via via assunto questo ruolo.
Va ripensato, richiamando quanto diceva Roberta, come anche
una minima modificazione di un luogo possa mutarne il modo
di percepirlo nell'ambito di una vasta cultura sociale o,
al contrario, come un'evenienza (o una modificazione della
destinazione d'uso) possa fare assumere a questo luogo un
nuovo significato simbolico nell'ambito di un gruppo sociale
ristretto. L'operare dell'artista e dello scienziato, dell'architetto
e del progettista della comunicazione possono, in ogni modo,
dar luogo ad una produzione di significato, ma anche alla
costruzione non controllabile o indotta del mito. Ad esempio,
nell'architettura esiste oggi uno iato tra la produzione di
significanti oltre gli archetipi storici, attraverso la sublimazione
delle tecnologie di calcolo e virtuali - come nel caso esemplare
del New Guggenheim Museum di Frank O.Gehry a Bilbao - e la
difficoltà di accedere, invece, ad una realtà
come quella che l'architettura fluida di Novak disegnata nel
cyberspazio sembra prefigurare. Qui il significato sembra
sia il risultato di una proiezione della percezione oltre
le leggi della gravità, nel piano dell'interattività
e dentro al cyberspazio, e tende ad assumere un rinnovato
valore etico.
ab - Anche nelle arti digitali l'etica è un aspetto
molto sentito, che può concretizzarsi ad esempio come
poetica nella software art citata da Manovich, autore cui
alludeva Roberta. Si vedano in proposito un paio di pluripremiati
flash movie italiani come madaboutyou e Orlando. Il primo
è un ironico filmato di denuncia sul tema BSE (http://www.designamanovella.com),
il secondo è rivolto più a un'etica e a una
filosofia sul progetto (http://www.orlandomovieproject.com).
Oppure si avverte la potenzialità democratica della
tecnologia digitale, e questo viene assunto come principio
fondante di realtà alternative ai sistemi di mercato,
si vedano le comunità opensource/free software, il
copyleft, e così via ( Linux, Gnu,....), dove si avvertono
forti investimenti emotivi, passionali!
Sono principi da tenere presenti anche nella prospettiva della
convergenza dei media, uno spazio di piena sperimentazione,
e questo è stimolante, ma dove il business può
facilmente imbrigliare la creatività. Se si vanno a
vedere i primi test della tv interattiva, si constata che
quello che più ha funzionato è stata la possibilità
di ordinare pizza e bibita col telecomando.
lt - L'idea di catastrofe non è tema dell'ultimo momento,
è tema che ci accompagna da Hiroshima in poi. E' la
versione laica della paura-attrazione per una violenta verifica
del valore della vita e del senso della sua collocazione.
Oggi in senso laico, come nell'anno mille era in senso 'religioso'.
Quello che non accetto è che non si prendano le misure
di questa 'catastrofe' annunciata. Quante catastrofi viviamo
insieme e quante misure di catastrofe possiamo definire? Io
trovo 'catastrofiche' innumerevoli cose, un ragazzo morto
durante le dimostrazioni a Genova, il cadavere del bambino
di un anno messo in un sacchetto pulito di plastica in Afghanistan,
le Torri Gemelle e i loro infiniti morti, la guerra. Tutte
cose che non vengono capite nel loro peso reale, stante l'incapacità
di afferrare il qui e ora in cui dovremmo collocarci per cambiare
le cose.
ft
- Ho da tempo la sensazione che, persi in dibattiti sempre
più inutili, come quello fra realtà e sua spettacolarizzazione,
si perda di vista la spaventosa disumanità da cui gli
umani non riescono a uscire. Questa parte di animalità
feroce che ci portiamo dentro - forzo un po' qui la mano a
un filosofo come Peter Sloterdijk - non mi sembra estranea
alla catastrofe intesa come evento e, peggio ancora, a una
sorta di tragico appeal che la catastrofe esercita sulle menti
umane, su alcune in particolare. Confesso che mi sfugge l'importanza,
rispetto a questa nefasta 'sensibilità umana' alla
catastrofe, se i soggetti di cui si tratta siano più
o meno umani o post-umani, più o meno stanziali o dislocati
nel tempo e nello spazio. Ricordo quanto mi ha detto uno psicologo,
Paolo Soru, ovvero che noi, nel gioco della vita e della morte
non siamo leali. Soru, citando Bergson, osserva che "...questa
slealtà è un atto di legittima difesa perché,
altrimenti, l'immanenza della morte ci condurrebbe a un'angoscia
mortale ...".
L'odio, dunque, materia prima della catastrofe, viene qui
messo in relazione all'alienazione della morte, la base -
per Soru- della "..grande illusione che trasforma ' l'altro'
in nemico....". Se interpreto bene questa tesi, o si
impara a perdonare l'altro che ti ferisce, o si casca "...nell'aspetto
più tragico del pericolo in cui ci troviamo, che è
quello di sentircene in fondo attratti". Non è
sorprendente che ci sia, nei tempi, un interesse di parte
artistica su questi aspetti 'catastrofici' della personalità
umana. Per chi è anche uno psicoterapeuta come Soru,
o - e condivido - si è capaci di perdono, o si viene
attratti dal pericolo....In parole povere, e visto dalla parte
del più debole, "...chi dispera di salvarsi desidera
lasciarsi andare nell'abisso, piuttosto che riconoscersi impotente
a salvarsi da solo". Ma qual è la posizione di
Lorenzo, attento studioso del rapporto fra arti e media, rispetto
a quanto detto finora?
lt - Preferisco dire che quanto mi ha attirato nell'area delle
tecnoarti è il concetto di 'eroismo'. Questo concetto
di 'eroismo' è basato sulle posizioni e di estremo
confine e di estrema responsabilità che, da parte mia,
ho sempre associato all'arte. Questo concetto è oggi
interessato dalle applicazioni dei nuovi media, così
come è interessato dalle banalizzazioni che ne fanno
certi autori e certi critici. Il problema è quello
di trovare una 'scala' di azioni e una 'scala' di valori con
cui poter rispondere, in termini di espressione, alla varietà
di catastrofi, grandi e piccole, che interverranno. Queste
catastrofi non producono un unico rumore (lo scontro degli
aerei sulle Torri, il crollo), ma diversi rumori di diverso
livello e di diverso suono. E' come quando un iceberg si frantuma:
è l'insieme dei moltissimi rumori che producono le
varie parti dell'iceberg nel loro processo di dissoluzione.
Quello che ci serve non credo siano le idee di Manovich o
di altri, di molti che stanno portando in fondo alla scoperta
di spazi rassicuranti, ma ci servono le strutture operative
per riuscire a collegare etica e espressione. Servono per
'mettere in scala' i valori del concetto di catastrofe.
ft - Sappiamo che la catastrofe è legata al disumano,
all'inhumanus come lo definivano i latini. Il perdono, così
come ce lo suggerisce Soru, mi sembra - detto forse un po'
di brutto - in controtendenza rispetto alle catastrofi immanenti.
Ma torniamo a qualche opera di artisti che, usando una terminologia
classica, non siano apocalittici o (troppo) integrati.
Chiuderei questa session, per dirla in termini jazzistici,
dove ai vari musicisti si è dato il tempo di un assolo...
riportando quanto afferma Ivo Franchi, critico musicale in
particolare di jazz che, a proposito di una mia domanda sul
tema 'musica delle catastrofi', avvertiva che "non si
sente più nulla in questa entropia di suoni, nulla
di 'significativo', perlomeno". Le osservazioni di Ivo
sono pungenti: quello che si sentirebbe di significativo,
e condivido abbastanza, sono i battiti del cuore (il nostro?)
e le pulsazioni delle meningi....La catastrofe sarebbe dunque
alle spalle, come annunciò, seppur in ritardo, il post-moderno?
"La paura è un riflesso condizionato tardivo...".
C'è da pensarci su, di questi tempi e, per lui: "Non
siamo mutanti, siamo mutati". Insomma, va bene l'estetica
delle catastrofi, ma non chiudiamo gli occhi davanti alla
catastrofe dell'estetica.
cs - Le opere di Rafael-Lozano-Hemmer che conosco, per fare
un esempio, mi affascinano perché riescono a coinvolgere
un ampio pubblico attraverso la loro dimensione ludica (il
giocare con la propria ombra, o con la luce), arcaica e profonda.
Ai miei occhi assumono il valore di una restituzione di dignità,
di gioia, di aderenza e potere rispetto a una realtà
a portata di mano (la piazza), in contrasto con i toni apocalittici
di altri artisti, e anche di iniziative (di marketing, innanzitutto)
come la mostra Apocalypse ricordata da Roberta. In contrasto,
inoltre, con quegli atteggiamenti artistico-filosofici alla
Kroker che esasperano il principio di ibridazione, rischiando
di svuotarlo di significato per averlo troppe volte nominato,
questo senza più metterlo in discussione o criticamente
verificarlo. Forse si potrebbe definire 'umanistico' l'approccio
Lozano-Hemmer che, in ambito artistico, è comparso
accanto alle 'estetiche ricombinanti' e alle letture apocalittiche,
ma anche ironiche, della realtà. E' un approccio che,
per un poco, sospende il senso di angoscia e di paura, sempre
più denso, e che ci invita a cogliere del presente
quello che possiamo.
franco torriani
hanno
partecipato:
ab
Agnese Benassi, laureata al DAMS, Bologna, Master in multimedia,
Università di Firenze-RAI, 2002. Si occupa di multimedia
per i beni culturali nell'ambito di un progetto di ricerca
europeo.
rb
Roberta Buiani, ottenuto un Master in Art History all'università
di York (Toronto, Canada), attualmente frequenta il dottorato
in Communication and Culture alla Ryerson University (Toronto).
Vive e lavora a Toronto.
rm
Rossella Maspoli, architetto, ricercatrice e docente di Tecnologia
dell'Architettura al Politecnico di Torino.
mp
Marcello Pecchioli, artista e teorico delle arti tecnologiche
e del cinema.
Si occupa di estetica e di ufologia.
eq Emanuele Quinz, docente di Estetica dei Nuovi Media all'Università
Paris 8. Fondatore e direttore di anomos (http://www.anomos.org),
dirige la rivista internazionale Anomalie Digital_Arts
cs
Chiara Somajni, giornalista, Il Sole-24 Ore domenica, Milano.
lt
Lorenzo Taiuti, artista multimediale, docente di Mass Media
all'Accademia di Belle Arti di Torino.
ft
Franco Torriani, consulente indipendente in comunicazione
e risorse umane, critico e teorico dei nuovi e vecchi media,
membro di Arslab, Torino, e del comitato scientifico della
Fondazione Italiana della Fotografia, presiede
les Pépinières Européennes pour Jeunes
Artistes, Marly le Roi, Francia.
(a
cura di Bruna Piras)
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