"La porta di Parsifal – la ricerca dell’identità alle soglie del 2000"

Convegno organizzato dalla Associazione Psicologi e Psicoterapeuti della Provincia di Varese, A cura di Paolo Soru.

Varese, Villa Recalcati, 20 novembre 1999.

Postumano e antiumano

La nostra è stata definita età dell’informazione. Una delle sue caratteristiche fondamentali è che il paradigma della tecnologia tende ad estendersi alla totalità della struttura sociale.
Esistono molte –infinite? –versioni del mondo. Queste innumerevoli versioni corrispondono a tante descrizioni del mondo, a tanti suoi modi di essere: le possiamo immaginare come inseparabili dalle trasformazioni associabili – o attuate da… (*) –alle arti, alle scienze, alle tecnologie, alla storia (1).
Le tecnologie, per convenzione mass-mediatica, definite nuove non fanno che confermarci la nostra scomoda sensazione di appartenenza ad un paesaggio incoerente, inquieto, ‘sfocato’, fuzzy, come vuole una definizione ormai illustre dell’omonima logica dell’indistinto.
In realtà, quello che dobbiamo gestire è il principio che, o un sistema di conoscenza si evolve e passa ad un sistema di complessità crescente, o è destinato a perire.
È risultata inadeguata la metafora del cervello come elaboratore di informazione. Questa metafora, anzi, va allargata a dismisura: "…è il corpo ad essere un elaboratore di informazione", il corpo immerso nel suo più ampio contesto, ed è "…l’universo stesso ad essere un elaboratore di informazione" (2).
Il corpo è, dunque, un produttore, un costruttore di senso, "…un senso primordiale, radicato nelle particelle degli atomi e della fisica, nelle pietre, nei pianeti e negli organi della biologia".
È un senso –come afferma Longo – che avrebbe preceduto la coscienza.
Più che sulla porta, Parsifal, l’umano che vive l’avventura della ricerca della propria identità, si trova su una soglia. La soglia, come afferma Benjamin, non è un confine, bensì un’area e varcarla significa "…aprire un nuovo tempo". Prima di varcare la soglia non si sa bene se si è prima o se si è dopo. Parsifal non è solo immerso "in una soglia", in un dominio mobile. Parsifal è ad un incrocio, in una zona di grande traffico interdisciplinare. Questa soglia si trova, di fatto, in un labirinto e la condizione labirintica è sia la metafora del non-luogo, sia la condizione simbolica dell’uomo contemporaneo (3).
Le connessioni insite nell’avanzamento tecnologico di questi anni stanno modificando, in maniera caotica, sia i confini che gli esseri umani hanno –o si pongono –tra loro per convenzione culturale, che quelli fra esseri umani e macchine (4).
Gli uomini, come gli altri animali, resistono ai cambiamenti e l’adeguamento alla mutazione è lento, drammatico.
Non ci basta più il nostro abituale rapporto di equilibrio, di equilibrio continuamente cercato, con il nostro spazio e i nostri oggetti, perché ormai da tempo nelle nostre rappresentazioni spaziali a tre dimensioni si è introdotta la velocità, la "rappresentazione legittima di una collettività che comunica orizzontalmente alla velocità della luce" (5).

Che soggetto è quello che cerca la sua identità? Esisterebbe, secondo alcuni, accanto ad una "ingegneria informazionale" dei legami sociali, anche una dimensione parallela: per dirla con un’espressione ricorrente nell’opera di Foucault, quella della "microfisica del potere".
Le nostre vite di esseri umani, di individui, verrebbero "…modellate dalle tecnologie informazionali attraverso scansioni microstrutturali di byte, geni e quanti".
Il soggetto vivrebbe i propri desideri nella dimensione dei quanti, laddove per quantico si intende un soggetto "irriducibile alle semplici dimensioni biologica e linguistica".
Per un altro verso, il soggetto esperisce un nuovo io molteplice e frattale, "…interconnesso alla rete tecnologica della comunicazione globale…" (6).
Al postumano, al mutante per un verso esteso e dislocato nelle reti di comunicazione e, per un altro verso, invaso dalle (bio)tecnologie, non finirà per seguire "l’uomo nuovo", così come lo immagina il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, frutto della "riforma delle qualità della specie?" Muore, ancora una volta, l’Umanismo. I fondamenti della società attuale, l’incrocio dove Parsifal cerca la propria identità, sarebbero postletterari, postepistolari, e dunque postumanisti prima ancora che postumani. Non a torto, tirando dentro Nietzsche, Platone e Heidegger, Sloterdijk accusa l’Umanismo di aver fallito nel suo compito di addomesticare l’animalità dell’uomo.
Le questioni che pone, anche per l’identità della specie, non sono di poco conto: non è che per caso stiamo andando verso una "riforma delle qualità della specie", una "tecnologia antropologica", verso un passaggio epocale dal "fatalismo della nascita" a una "nascita a scelta e a una selezione prenatale"?
Se le arti, ibridate dalle tecnologie e capaci di produzioni di opere, in qualche modo, incrociate con le versioni del mondo che ci arrivano da scienze sempre meno "oggettive" e neutrali, se le arti, dunque, si assume, continuano a costruire senso, non è che Sloterdijk ci indichi l’oscura strada del combattimento fra "amici dell’uomo e amici del superuomo"? Parsifal, che superuomo sarà mai? (7)
Sloterdijk si colloca nell’orizzonte del tramonto della metafisica, affermando la coesistenza di svariate vie d’accesso alla modernità, di diversi linguaggi nella ricerca dell’identità. Tale coesistenza fa sì che sia impossibile costruire una piattaforma univoca comune sulla quale incontrarsi: occorre che proprio questa eterogeneità diventi il punto di partenza di una civiltà del dialogo e del rispetto della diversità.
Attraverso la sua ‘filosofia delle sfere’ –laddove per sfera si intende un involucro protettivo per l’individuo (qualcosa che richiama ancestralmente la placenta materna) –Sloterdijk cerca di elaborare il senso di perdita dell’identità, di estraneità di fronte al quale si trova l’uomo moderno a contatto con la tecnologia. L’uomo post-metafisico ha perso le sue certezze di familiarità e di vicinanza e tale estraneità, contrariamente all’atteggiamento dell’era metafisica, non può più essere ricompresa in una sintesi rassicurante tramite un percorso di tipo dialettico (Hegel) (8).
Scrive Mario Canali, un artista che usa da anni i nuovi media tecnologici, "uno dei nuovi compiti dell’arte, probabilmente lo stesso da sempre, è quello di fornire all’uomo i mezzi per arrivare ad una maggior conoscenza di sé". Sarà l’antiuomo, sorta di Uebermensch dal profilo flessibile, quello capace di lottare per trovare un’identità che non lo costringa a mortificare le proprie passioni, ma ad usarle creativamente, a non programmare la specie, a ritrovare un’identità forte fra estensioni e mutilazioni della propria sensorialità? Insomma, appare come un inverarsi della predizione nietzscheana, secondo la quale non si può prescindere da una morale intesa come un codice privo di universalità ( e anzi legato alla situazione contingente e alle sue sorti storiche), come vuole ora il dilagare di una comunicazione sempre più autistica e autoreferenziale.
Un al di là del bene e del male che non implica la lussuria della vendetta (9).

Franco Torriani (**)

Note:

1.Si deve a Manuel Castells l’elaborazione dell’ipotesi di estensione del paradigma tecnologico alla struttura sociale e a Nelson Goodman, uno dei teorici più classici della visione e dei suoi linguaggi, l’insistere sulla molteplicità delle visioni del mondo in un insieme che comprende le scienze e le arti.

2.Così Giuseppe O. Longo, nel suo testo recente "Il Nuovo Golem", Laterza, Bari 1999.

3.Cfr. il catalogo dell’esposizione "Ars Lab _ I labirinti del corpo in gioco", Lingotto, Torino 1998/99, in particolare le riflessioni introduttive di Ugo Perone, a cura di chi scrive.

4.Umberto Galimberti, nel suo recente "Psiche e Techne nell’età della tecnica" ha tracciato un profilo dell’uomo moderno e del suo legame con la tecnologia. Oggi, sostiene Galimberti, l’identità dell’essere umano è strettamente legata alla sua dimensione di Homo tecnologicus: ogni esperienza passa attraverso la telecomunicazione e quello è l’ambito nel quale l’uomo ha sostituito l’azione reale con l’interagire virtuale. È una specie di accusa di husserliana memoria di avere occultato la Lebenswelt, il mondo della vita, ma questa volta non in favore delle scienze oggettive, bensì in favore della tecnologia. L’autore si interroga sui mutamenti avvenuti nell’elaborazione della propria identità, non solo personale, ma generazionale: l’identità di una generazione che ha attraversato questa seconda metà di secolo modificando i propri concetti di libertà e di moralità, sotto l’impeto della tecnica e del suo funzionamento. Questa egemonia della tecnica nella vita dell’individuo rappresenta per Galimberti il superamento della filosofia, con il duplice rischio da un lato che le differenze tra le scienze e l’arte tendano ad assottigliarsi fino a scomparire, dall’altro una perdita della propria identità di ‘individui’ in favore di una riduzione dell’essere umano a semplice funzionario della tecnica.

5.Molte di queste considerazioni sono frutto della ricerca attuata in questi anni dal Comitato Ars Lab, di Torino, anche per le esposizioni "Ars Lab – I metodi e le emozioni", Mole Antonelliana, Torino, 1992; "Ars Lab –I sensi del virtuale", Promotrice delle Belle Arti al Valentino, Torino, 1995; "Ars Lab – I labirinti del corpo in gioco", Lingotto, Torino, 1998/99. In particolare, si tratta dei contributi di Olivier Auber, Piero Gilardi, Derrick De Kerckhove, Ugo Perone, Francisco Varela.

6.Questa è la posizione del Gruppo di discussione dell’Io virtuale (e-mail: piero.gilardi@torino.alpcom.it)

7.In un serrato dibattito, per ora molto tedesco, tra Juergen Habermas e Peter Sloterdijk, il primo (nato nel 1929) avrebbe affermato che il secondo (nato nel 1947) risponde alla domanda reale di una generazione che vuole scegliersi la propria memoria. Un’osservazione interessante.

8.Corollario fondamentale di questa mutazione dell’identità dell’individuo è la sostanziale modificazione dell’identità della coppia. Afferma Sloterdijk che "la coppia di oggi è immersa in una società individualistica, dove l’individualismo è, ai miei occhi, nient’altro che un modo di occultare la diade attraverso un corto circuito narcisistico: gli uomini nell’età dello specchio e dei media possono costituire una coppia con se stessi. L’individuo tipicamente moderno ai miei occhi è un soggetto costituito in modo da fare coppia da solo, illudendosi così di integrare se stesso senza ricorrere all’altro." Tratto da un’intervista riprodotta integralmente sulla rivista on line www.caffeeuropa.it.

9.Da uno scritto su Nietzsche di Walter Kaufmann, Princeton University, Usa. (*) Credo che Ernst Cassirer avrebbe detto "attuate da" (**) Con la collaborazione di Sonia Cambursano, in particolare per le note (4) e (8).

Proiezioni Video:

Piero Gilardi (con la collaborazione di Ennio Bertrand), General Intellect. Installazione interattiva con audio e realtà virtuale, 1997

Piero Gilardi (con la collaborazione di Ennio Bertrand), Connected es Installazione con interfaccia bionica, 1998.

Monika Fleischmann, Wolfgang Strauss, Liquid Views Installazione interattiva,1993.

Ennio Bertrand, La memoria della superficie Installazione interattiva, 1992-1995.

Tamas Waliczky, The Garden (1992), The Forest (1993), The Way (1994). Installazioni interattive.

Site Powered by
Easybit